Vivacemente insieme

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mercoledì 18 gennaio 2017

27 gennaio, Giornata della Memoria

Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria.
Questa data è stata scelta perché proprio il 27 gennaio vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz.

Con la giornata della Memoria, per riflettere e non dimenticare, si vuole ricordare l'Olocausto, cioè lo sterminio ad opera dei nazisti di 6 milioni di ebrei, che avvenne in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu un genocidio che coinvolse, non solo gli ebrei, ma anche rom, omosessuali, testimoni di Geova, popolazioni slave, fino ad annientare 14 milioni di persone.

È giusto non dimenticare chi ha perso la vita ad opera di questa disumana follia, è giusto riflettere perché queste cose non accadano più, è giusto che se ne parli anche ai bambini, evitando espressioni troppo crude ma presentando comunque la realtà per quello che è stata. È opportuno omettere il racconto della malvagità più efferata che potrebbe sconvolgerli, meglio soffermarsi su episodi che sappiano racchiudere anche sentimenti di tenerezza, desiderio di rinascita, pace ed equità sociale.

Sulla base di questo ho scelto di riportare lo stralcio di un racconto che si presta ad essere letto in classe insieme ai ragazzi.
Il racconto si intitola IL CANE e fa parte di una raccolta pubblicata nel libro L'AMORE INVISIBILE di Eric-Emmanuel Schmitt, Ed. e/o.
Narra la storia di un ragazzo rimasto orfano in quanto tutta la sua famiglia ebrea era stata sterminata. Lui messo in salvo dalla sorella, fu deportato in un campo di concentramento, ad Auschwitz. Dopo anni di sofferenze, freddo e fame, il 27 gennaio, appena liberato non ha quasi più la forza di stare in piedi, né la voglia di tornare a vivere. Lo salverà l'amicizia e l'amore per un cane incontrato nei campi di sterminio. Con lui dividerà il cibo, affronterà il freddo e ritroverà la gioia di vivere grazie al legame affettivo instauratosi tra i due.

Stralcio tratto dal racconto IL CANE. 
Una storia su come un'amicizia può salvare la vita. Ambientata ad Auschwitz.

Stava per giungere il giorno in cui avremmo lasciato il campo: 27 gennaio 1945.

A mezzanotte, rifocillato, camminai lungo la recinzione alla ricerca del cane...
Gli avevo messo da parte un pezzo di pasticcio e non vedevo l'ora di vederlo mangiare.
Però non lo trovai. per quanto canticchiassi e parlassi per fargli riconoscere la mia voce, non spuntò mai.
Provai una profonda tristezza. Scoppiai in lacrime. Era assurdo, lo so, mettersi a piangere la sera in cui mi venivano restituite la la vita e la libertà. 
Eppure mi commuovevo per un cane randagio che conoscevo da neanche una settimana, proprio io che alla scomparsa dei miei genitori avevo solo stretto i denti.
L'indomani feci parte del gruppo che lasciava il campo.
Di nuovo camminammo per ore nella pianura imbiancata. Niente era cambiato. Continuavano le marce forzate che avevamo già subito... Alcuni crollavano a terra, come prima...
A un certo punto, a sinistra della fila, sentii abbaiare.
Il cane si avvicinava correndo.
Mi chinai e allargai le braccia. Lui mi si gettò addosso e cominciò a leccarmi la faccia. Mi stupiva la sua lingua, mi grattava parecchio, ma lasciai che mi imbrattasse di saliva. Quel cane che mi baciava con amore era la fidanzata che non mi aspettava, la famiglia che non avevo più, l'unico essere che si fosse dato la pena di cercarmi.
Proseguendo il loro cammino nella neve, i prigionieri ci superarono. Io e il cane continuavamo a ridere e a rotolarci, ebbri di gioia, felici di esserci ritrovati.
Mi alzai quando la fine della colonna scomparve dalla mia vista.
”Dai cane, dobbiamo metterci alle loro costole o saremo perduti".
Annuì con la testa piatta, la bocca aperta e la lingua che gli sballottolava da sinistra a destra, e corse al mio fianco per raggiungere il gruppo. Da dove ci veniva quell'energia?
Quella sera passammo la nostra prima notte insieme. Da allora, più nessun evento ci allontanò...
nella scuola in cui facemmo tappa con il cane rannicchiato contro di me, soffrii il freddo meno dei miei compagni. In più accarezzandogli il cranio setoso riscoprivo il contato, la tenerezza, il volume di una presenza. Ero beato. Da quanto tempo non toccavo volontariamente un corpo caldo? In un attimo ebbi la sensazione che il mio esilio fosse finito: con il mio cane, sarei stato ovunque al centro del mondo.
A mezzanotte, mentre i marciatori russavano e la luna si posizionava dietro i vetri appannati, guardai il mio compare che, satollo, le orecchie schiacciate sulla testa, aveva abbandonato il suo atteggiamento da sentinella, e lo battezzai.
"Ti chiamerò Argo. Era il nome del cane di Ulisse".
Corrugò la fronte, non tanto sicuro di capire.
"Argo... Ti ricordi Argo? L'unico essere vivente che riconosce Ulisse quando, dopo vent'anni di assenza, torna a Itaca travestito".
Argo approvò, più per cortesia che per convinzione. Nei giorni successivi si divertì a riconoscere il suo nome nella mia bocca, poi a obbedirmi per dimostrami che era proprio il suo.
Il ritorno fu lento, discontinuo erratico. L'insolita processione dei prigionieri di Auschwitz barcollava in un'Europa devastata e senza cibo in cui i migranti si sommavano alle popolazioni in lutto che non sapevano ancora a chi dovessero sottomettersi.
Noi scheletri venivamo sbattuti da una sede improvvisata a una sede fissa della Croce Rossa, a seconda dei convogli e delle possibilità di alloggio, nel tentativo di evitare gli ultimi combattimenti.

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