Vivacemente insieme

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martedì 9 febbraio 2016

Edonia (Kahneman), Eudaimonia (Ryan, Deci)

Daniel Kahneman, Tel Aviv 1934
Nell’ambito della cosiddetta "Psicologia Postiva" distinguiamo due prospettive filosofiche, che hanno diversi aspetti in comune ma presentano anche sostanziali differenze: la prima è la prospettiva edonica (Kahneman, Diener e Schwarz), la seconda è la prospettiva eudaimonica (Waterman, Ryan e Deci).

Lo psicologo Daniel Kahneman definisce la “psicologia edonica” lo studio di “ciò che rende le esperienze e la vita piacevoli o spiacevoli”. 
Kahneman identifica nella massimizzazione della felicità umana il suo scopo principale e associa il benessere principalmente alla dimensione affettiva e alla soddisfazione di vita.
La prospettiva edonica trova le sue basi filosofiche nella teoria di Aristippo del terzo secolo a.C. che definiva il piacere come bene esclusivo da ricercare, conseguibile attraverso la capacità di mantenere il controllo nelle situazioni avverse, mantenendo un adeguato adattamento ed equilibrio. Lo scopo della vita veniva identificato nella sperimentazione della massima felicità, risultato della somma dei singoli momenti edonici.

Il fondamento filosofico della prospettiva eudaimonica può essere rintracciato negli studi di Aristotele. Il filosofo greco fu il primo a introdurre il termine eudaimonia e criticò aspramente l’idea di felicità intesa come semplice soddisfacimento di appetiti e desideri, andando a contrapporre “la vita piacevole” con “la vita buona”.

Aristotele parte nella sua trattazione da una domanda fondamentale: “Qual è il più alto di tutti i beni ottenibili con l’attività umana?”
All’interno della sua opera più importante intitolata “Etica Nicomachea” elabora la sua risposta proponendo il termine “eudaimonia” intesa come la tensione verso l’eccellenza sulla base del proprio potenziale umano.
La sua idea è che la vera felicità sia fondata sull’espressione dei propri talenti e che il fine ultimo della vita sia quello di impegnarsi a realizzare la propria vera natura, il proprio daimon.
Secondo Waterman, l’autore che per primo ha tradotto la distinzione teorica “edonia versus eudaimonia” proposta da Aristotele nelle nozioni psicologiche di “semplice piacere vs. espressione del sé”, l’eudaimonia può essere definita come: “the feelings accompanying behavior in the direction of, and consistent with, one’s true potential”.
Questo significa: i sentimenti che accompagnano il comportamento in direzione e coerentemente con il proprio e autentico potenziale.

L’eudamonia va ben oltre il concetto di felicità e viene accostata un benessere ancora più profondo (quindi radicato e meno effimero) generato dal rispetto della propria indole e dall'affermazione del proprio talento, come il risultato dell’inseguimento e raggiungimento di obiettivi positivi (Ryan, Deci). 

Il benessere non rappresenta, quindi, uno stato finale, quanto piuttosto un processo di formazione che si protende, attraverso le cosiddette esperienze ottimali, verso la realizzazione personale.

Le esperienze ottimali sono benefiche innanzi tutto per lo spirito, ma la scienza (psiconeuro-immuno-endocrinologia) ha dimostrato che l'equilibrio e la gratificazione sono in grado di apportare grandi benefici anche a livello fisico perché mente e corpo sono in stretta relazione attraverso il sistema endocrino e immunologico. Essere sereni significa anche poter attivare tutte le difese immunitarie per tutelare al meglio la nostra salute.

Tutto questo si può raggiungere vivendo secondo il proprio “vero sé”, conducendo attività in sintonia con la propria natura, fedeli ai propri ideali, impegnandosi in maniera olistica, per arrivare a sentirsi profondamente vivi e autentici.

Rossana d'Ambrosio

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