lunedì 27 aprile 2015

Mamma, perché gli altri bambini camminano e io no?


Cinzia, una nostra lettrice e amica, ci ha inviato un pezzo dal titolo “Innocui compiti di italiano” tratto dal suo blog “Io e Gabriele”. Riportiamo il pezzo e vi segnaliamo il suo blog, ricco di sensibilità e ironia. 
http://disabiliecontenti.blogspot.it

Leggo sul diario
“COMPITI DI ITALIANO: scrivi un breve racconto autobiografico relativo ad una tua amicizia con una persona”.
Un classico.
Un semplice, innocuo, normalissimo compito a casa svolto nel corso dei secoli, anzi, che dico, dei millenni – a partire dagli antichi Egizi – da migliaia di bimbi in tutto il mondo e in tutte le lingue. 
Niente di particolare, quindi. Le solite quattro o cinque righe in cui i bimbetti descrivono il loro primo amico del cuore, i primi giochi assieme, i primi litigi poi immancabilmente risolti con un uno scambio di figurine o davanti a una tazza di cioccolata calda con panna preparata da una delle premurose mamme di turno, i primi confronti con un altro essere della stessa specie con cui si prova quel sentimento benedetto altresì chiamato “amicizia”.
Ma… peccato che a noi manchi la materia prima.
Gabriele, ancora un vero “amico” non ce l’ha.


I bimbi, specialmente quelli più piccoli, non guardano in faccia nessuno, non sono ancora “addomesticati”, civili, etici, politically correct. Sono ancora delle bestioline, degli esseri giocosi e urlanti, che giocano, urlano, corrono, si rincorrono, a volte si picchiano, altre si sputano, altre invece si scambiano tranquillamente delle figurine o giocano a quegli affari chiamati pokemon. E il gioco è il primo mattone di quella amicizia. Peccato che nessuno giochi con Gabriele.
Nessun bimbo, cioè.
Nessuno, tra i suoi compagni, con cui scambiare le figurine, giocare a battaglia navale, ai pirati o a tris. E non sto parlando di giochi che prevedano di camminare o correre, no, no, ma di giochi tranquilli, da tavolo, giochi da fare da seduti. Ma anche così, Gabriele ha i suoi tempi, le sue modalità, occorre avere un attimo di pazienza, non tanta, solo qualche secondo in più, solo una manciata di secondi in più per afferrare saldamente il soldatino, posizionarlo in trincea e sparare,  solo un soffio di vento in più per riuscire a prendere una certa figurina da un mazzo e porgerla al compagno, ecco.
Ma i bambini, quella piccola pazienza non ce l’hanno.
I bambini sono scattanti, irrequieti, energici, non aspettano e non guardano in faccia nessuno, con o senza sedia a rotelle. Vanno dietro i loro giochi, veloci, come un tornado, e non guardano chi hanno lasciato indietro.
E Gabriele, in genere, resta, appunto, indietro.
Ed ecco allora che spesso, mentre i suoi compagni giocano a pallone o a “ce l’hai”, va con i maestri a vedere un cartone animato, 
oppure sta in classe, sempre con i suoi maestri, a leggere un libro, a disegnare, a chiacchierare con loro.
Sì, certo, lui in teoria un amico del cuore ce l’ha, e quando lo saluta gli manda baci e abbracci…peccato che per l’altro bimbo non sia lo stesso, e Gabriele sia solo un piccolo compagno su una sedia a rotelle con cui si è fermato a parlare un secondo di più degli altri compagni, guadagnandosene così l’amore incondizionato e duraturo.
E quindi, appena leggo il titolo del compito a casa, mi si stringe il cuore, la pancia e anche il fegato, ma faccio finta di nulla e cerco di assumere un tono superficiale e cinguettante con Gabriele mentre gli dico con (finta) noncuranza, lanciandogli la ciambella di salvataggio: “Ah, sì, devi parlare di un tuo amico, una persona a cui vuoi bene,  che può essere un compagno, un maestro, qualunque persona…”
E lo lascio lì.
Davanti al computer con il suo tema da svolgere, da solo.
Non potevo dirgli altro, non avrei saputo dirgli altro. Lo lascio a cercare di trovare nella sua mente la soluzione all'arcano. Passano i secondi, i minuti, un quarto d'ora, mentre sento che pian pianino batte con impegno e determinazione sulle lettere della tastiera, piano, certo, irregolare, certo, ma costante, determinato.
E alla fine, mi chiama: “ fatto!”
Inizio a leggere il racconto: “Un giorno ero con mia mamma e mio papà (i miei amici) a spasso per Torino …” etc. etc.
Bravo Gabriele, mi hai fatto venire da piangere! Sei stato bravo, bravo veramente, e abile: hai aggirato l’ostacolo, e non so quanto tu te ne sia effettivamente accorto o ti sia venuto spontaneo considerare noi, i tuoi genitori, come amici, sorvolando sul fatto che tu, di amici della tua età, per il momento non ne hai.
Sorvolare... volare alto.
Bravo, Gabriele.
Cinzia

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